La via delle bocchette in Himalaya

A Pangboche esiste un piccolo monastero, forse il più antico monastero del Khumbu, che custodisce uno scalpo attribuito allo yeti (più probabilmente un animale non identificato) e lo scheletro della mano di un vecchissimo lama morto in odore di santità. Per arrivarci, bisogna fare une deviazione mica male, e per questo, per fortuna, è poco frequentato. Ma tutte le volte che passavo dalle parti di Pangboche, la mia curiosità era attratta da una traccia di sentiero che zitto zitto partiva da dietro il monastero e si inerpicava su un lontano costone. Dove porterà mai? Oggi l’ho scoperto!
Di ritorno da Machhermo, ci siamo fermati a Phortse, piccolo villaggio sul filo dei 4000 metri che sembra incollato in bilico su una balconata che domina la valle, sospeso sopra un burrone che precipita sul fiume. Questo è un villaggio d’antan, ogni casa col suo appezzamento di terreno coltivato a patate o a grano saraceno. Direi un posto svizzero, pulitissimo, non una pietra fuori posto, circondato da un muro lunghissimo (circonvallazione?), numerosi stupa e mani. La fisionomia degli abitanti è tipicamente sherpa, molti in vestiti tradizionali, facce bruciate dal sole e dal vento, bambini pestiferi e, fondamentale, salutano quasi tutti con i consueti sorrisi, si vede che la cosiddetta civiltà non è ancora arrivata qui, o almeno, non come in altri posti da queste parti.
La prima sorpresa, di quelle grosse, è stata la mattina: giornata radiosa ma è nevicato nella notte ed è tutto ghiacciato. Chiamiamola pure spolverata se volete, ma la coltre di neve è durissima e scivolosa, giocoforza attardarci attorno alla stufa rimandando la partenza. Partiamo che c’è ancora ghiaccio, ma il sole lo sta sciogliendo e, seconda sorpresa, una coppia di cervi a bassa quota (si fa per dire) in cerca di cibo. Riusciamo ad avvicinarci abbastanza per qualche ritratto col tele, speriamo in bene.
Terza sorpresa, il sentiero per Pangboche è una lunghissima traversata al cospetto prima del Thamserku (poverino, solo un seimila) poi del Kangtega (che non supera i 7000 ma potrebbe essere un 8000 ad honorem), poi dietro ad una svolta lo splendido Ama Dablam (giustamente noto come il Cervino dell’Himalaya), poi dietro ad un’altra svolta nientemeno che il Lhotse, e dietro un’altra svolta ancora, ecco Sua Maestà il Sagarmatha! Altre svolte non ce ne sono…
Il sentiero è tracciato alla perfezione attraverso un pendio molto ripido ed esposto ma non bisogna assolutamente  distrarsi, il fiume 1000 metri più in basso sembra aspettarti con le fauci aperte e in alcuni punti avrei visto bene qualche corda fissa. Il sentiero non è certamente largo, ma permette il passaggio degli yak. Alle volte è scavato nella roccia viva e ricorda la famosa via delle bocchette nel Brenta. Un numero enorme di scale di pietra con gradini altissimi certamente facilita alcuni passaggi aspri, ma sega le gambe. In fondo alla valle, dall’altra parte del fiume, l’autostrada con frotte di gente sulla via normale al campo base dell’Everest, il monastero di Tengboche ed alcuni villaggi, ma da  qui sembra di essere fuori dal mondo, con una vista spettacolare sulle montagne e sul fondo della valle.
Altra sorpresa (ho perso il conto ormai), non c’è anima viva. Con la sola eccezione di un gruppo di yak che incrocia proprio in uno dei passaggi più stretti (mica facile fargli strada), non abbiamo incontrato proprio nessuno, a nessuno viene in mente che questo sentiero offre le stesse visuali possibili da posti come Gokyo Ri, quelle del Kala Pattar sono finite al terzo posto.
Ma di sorprese ce n’è ancora una: sapete dove finisce il sentiero? Esattamente dietro al monastero di Pangboche!

 

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